ALZHEIMER E MICROBIOTA INTESTINALE: C'È UNA POSSIBILE RELAZIONE?

ALZHEIMER E MICROBIOTA INTESTINALE: C'È UNA POSSIBILE RELAZIONE?

Pubblicato da Claudia Bellini nella categoria Alzheimer e altre demenze il 09/02/2019ultimo aggiornamento il 09/02/2019

ALZHEIMER E MICROBIOTA INTESTINALE: C'È UNA POSSIBILE RELAZIONE?

In settimana sono stata a un convegno molto interessante sulla tematica nutrizione e cervello, che mi ha fornito molti punti di riflessione. Non è una novità il fatto che ciò che mangiamo ha influenze profonde sulla nostra salute e sul buon funzionamento dei nostri organi.

 

Un motto diffuso tra gli specialisti del settore nutrizionale è “siamo quello che mangiamo”. Come negarlo? Se ci fermiamo anche solo un attimo a pensare, ciò che consumiamo durante i pasti è la nostra fonte di energia, è il nutrimento delle nostre cellule.

 

Possiamo pensare al cibo come al nostro “carburante”, allo stesso modo della benzina che alimenta l’automobile. Un carburante di pessima qualità, a lungo andare può portare in avaria il motore: iniziano a intasarsi i filtri e poi, pian piano, tutto il motore ne risente.

 

Allo stesso modo, mangiando cibi poco salubri, ricchi di zuccheri e grassi, possiamo mandare in tilt il nostro organismo. Stare attenti alla dieta (dieta intesa come regime nutrizionale, non come dieta a scopi dimagranti) è molto impegnativo e costa fatiche e rinunce. Il problema principale è che le conseguenze più gravi di un’alimentazione sbagliata le vedremo solo dopo anni di alimentazione sbagliata, e dunque è facile ignorare la questione nel momento presente. 

 

Tenendo in considerazione queste premesse, ovvero che ciò che mangiamo influenza la nostra salute, i ricercatori si sono interessati di approfondire la relazione tra cervello e intestino. L’intestino è un organo veramente complesso, ospita circa 400-500 specie di microrganismi, tra cui batteri, funghi, virus e protozoi.

 

L’intestino non ha solo funzioni digestive, ma con l’aiuto di questa popolazione di microrganismi, detta microbiota, assolve a una funzione protettiva e stimola l’attivazione immunitaria in risposta all’attacco di agenti patogeni presenti sia all’interno, sia all’esterno del corpo. 

 

 

Qual è la relazione tra cervello e intestino?

Diversi ricercatori hanno cercato di fare chiarezza sulla complessa relazione tra cervello e microbiota intestinale. Uno degli studiosi più influenti ad occuparsi del tema è Michael D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare della Columbia University.

 

Il ricercatore ha elaborato la “teoria dei due cervelli”, che evidenziando le funzioni neurologiche di questo organo, considera l’intestino come un vero e proprio “secondo cervello”. La teoria ha basi scientifiche, infatti si è scoperto che nell’intestino si trovano circa 500 milioni di neuroni, cellule identiche a quelle organizzate nel nostro cervello.

 

Nonostante l’intestino possieda solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo contribuendo a fissare i ricordi legati alle emozioni. Inoltre questo organo sorprendente rilascia serotonina (il neurotrasmettitore del “buon umore”) in seguito a stimoli come immissione di cibo, emozioni ed abitudini. Per chiarire il ruolo dell’intestino Gershon ci rammenta della spiacevole sensazione, sperimentata da molti, delle “farfalle nello stomaco” durante un esame o un altro evento stressante, oltre che tutti gli aspetti somatici del disagio psicologico, come nausea, sensazione di “stomaco chiuso” ecc…

 

 

Microbiota intestinale e demenza: esiste un collegamento?

Il cervello si ammala a causa di numerosi fattori: genetica, inquinamento, stile di vita, fattori vascolari ecc… Attualmente si sta indagando anche il ruolo dell’intestino nello sviluppo di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Evidenze cliniche suggeriscono che tra le cause delle variazioni osservate nella Malattia di Alzheimer, come l’infiammazione e l’atrofia cerebrale, le anomalie immunologiche, l’accumulo di proteina amiloide e i deficit cognitivi, possa esserci anche un’alterazione del microbioma intestinale.

 

In particolare si sta studiando la capacità dei batteri del tratto gastrointestinale nell’influenzare le funzioni immunitarie, neuroinfiammatorie e dei neurotrasmettitori nell’uomo. Gli studi riportano che il cervello è sottoposto a un continuo attacco da parte di numerosi microrganismi e da molecole che si formano anche nel microbioma intestinale, che potrebbero contribuire allo sviluppo di Alzheimer.

 

Con l’invecchiamento si osserva una maggiore permeabilità sia della barriera epiteliale dell’intestino, sia della barriera ematoencefalica: ovvero, con il trascorrere degli anni, i tessuti che rivestono l’intestino e il cervello, che fungono da “barriera”, diventano meno efficienti nel proteggere questi organi e rendono più facile il passaggio di elementi patogeni.

 

Si ipotizza, dunque, che questa maggiore permeabilità della barriera epiteliale dell’intestino possa facilitare lo spostamento di neurotossine prodotte dal microbiota intestinale verso il cervello (anch’esso meno protetto a causa della maggiore permeabilità della barriera ematoencefalica). Tra le sostanze che sono in grado di oltrepassare la barriera intestinale ci sarebbe anche l’amiloide, proteina di cui si osserva un accumulo nel cervello delle persone con Alzheimer e che causa la degenerazione neuronale.

 

Alcune proteine simili all’amiloide sarebbero prodotte da un ampio numero di batteri del microbiota intestinale: queste sostanze vengono prodotte dai microrganismi dell’intestino perché assolvono a diverse funzioni (es. aderire alle cellule dell’ospite o come strumento di difesa).

 

Il problema è che queste proteine fungono anche da potenti attivatori di infiammazione e induttori di citochine e proteine che, una volta in circolo, possono potenzialmente mandare segnali infiammatori e generare alcune delle variazioni che si osservano nella malattia di Alzheimer e in altre forme di demenza.

 

Attualmente queste sono tutte ipotesi che si stanno testando ma che offrono importanti spunti di riflessione. Non stupisce quindi che, data l’origine multifattoriale delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, il microbioma intestinale possa avere un ruolo nello sviluppo della patologia.

 

In futuro si attendono ulteriori sviluppi della ricerca, ma già i risultati che abbiamo sono molto interessanti e aprono la strada a interventi terapeutici totalmente differenti da quelli utilizzati fino ad ora. Inoltre, le conseguenze di scoperte come queste possono avere ricadute importanti anche a livello di prevenzione: già sappiamo che uno stile di vita sano è un importante fattore protettivo, ma ricerche come quelle riportate sopra mettono ancora più in risalto gli innumerevoli benefici che un’alimentazione corretta può apportare al nostro organismo.

 

Ciò che ci rivelano le ultime ricerche scientifiche non ci porta a dire che l’Alzheimer è causato da sostanze dannose presenti nell’intestino, ma che lo studio dell’interazione tra il microbiota intestinale e il cervello è un aspetto che deve senz’altro essere approfondito.

 

Non ci resta dunque che attendere gli ulteriori sviluppi della ricerca, facendo tesoro delle informazioni che già sono in nostro possesso .

 

 

 

 

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