PREVENIRE LA DEMENZA CON LA RISERVA COGNITIVA

PREVENIRE LA DEMENZA CON LA RISERVA COGNITIVA

Pubblicato da Claudia Bellini nella categoria Benessere e terza età il 23/04/2019ultimo aggiornamento il 23/04/2019

Il cervello con l’esperienza fa scorta di risorse

PREVENIRE LA DEMENZA CON LA RISERVA COGNITIVA

Ad oggi non conosciamo una cura definitiva per la demenza, cura intesa come terapia in grado di arrestare i sintomi o di invertire il processo neurodegenerativo. Alcune industrie farmaceutiche hanno deciso di interrompere gli studi sulla ricerca di un farmaco efficace, anche se per fortuna sono molti i ricercatori ancora attivi in questo settore.

La difficoltà nello studiare una cura farmacologica ha portato allo sviluppo di nuovi filoni di ricerca, che hanno l’obiettivo di capire cosa è possibile fare per prevenire la demenza. Anche in questo caso non disponiamo ancora di dati definitivi, tuttavia sono molti i fattori individuati dai ricercatori e che possono influire positivamente sul nostro invecchiamento.

 

Raggiungere dati definitivi anche su questo fronte, quello della prevenzione, non è semplice per diversi motivi. Innanzitutto l’invecchiamento è un fenomeno altamente soggettivo e non avviene mai in modo uguale per due persone differenti; in altre parole ogni persona invecchia in modo unico e anche all’interno dello stesso individuo, ci sono aspetti che invecchiano prima di altri.

 

In secondo luogo sull’invecchiamento, sia sano che patologico, influiscono innumerevoli variabili ed è difficile individuarle tutte. Sappiamo che in ogni persona le variabili genetiche e quelle ambientali agiscono creando un “cocktail” diverso per ognuno di noi, che determinerà il modo soggettivo in cui invecchiamo.

 

 

La riserva cognitiva

 

Detto questo, quali sono i fattori che possono influire sul buon invecchiamento e aiutare a prevenire la demenza? I fattori individuati dalla letteratura scientifica sono numerosi, in questo articolo ne analizziamo uno, che è la riserva cognitiva. La riserva cognitiva può essere definita come la capacità di “resilienza” del nostro cervello. L’espressione “resilienza” è presa in prestito dalla metallurgia e indica la capacità di resistenza di un materiale che viene sottoposto a pressioni.

 

La resilienza del cervello indica appunto la sua capacità di resistere e di compensare le perdite dovute a lesioni patologiche o a normale invecchiamento. Dobbiamo immaginare la riserva cognitiva come a un grande baule in cui il cervello mette tutte le sue risorse, accumulate negli anni con l’esperienza, in modo da averle a disposizione per quando ne avrà la necessità. La riserva cognitiva comprende due costrutti:

 

  • La riserva cognitiva (funzionale): tutte le esperienze accumulate nella vita, gli apprendimenti, le abilità sviluppate. È data principalmente da 3 fattori: scolarità, lavoro e hobby. Avere molti anni di scolarità, svolgere un lavoro cognitivamente impegnativo o comunque con una certa dose di responsabilità, oltre che occupare il tempo libero in attività stimolanti (es. musica, lettura, viaggi) può incrementare notevolmente la riserva cognitiva.

 

  • La riserva cerebrale (strutturale): è strettamente connessa alla riserva cognitiva e ha alla base la capacità di plasticità del nostro cervello, ossia l’abilità di modificare la sua struttura e le sue funzioni in seguito alle stimolazioni ambientali. Quando per esempio impariamo una cosa nuova, es. suonare uno strumento, nel nostro cervello si formano nuove connessioni. La riserva cerebrale è data proprio dal numero di neuroni e di connessioni tra neuroni, che si sono sviluppati grazie a esperienze ambientali stimolanti. In altre parole, il nostro cervello possiede più neuroni e più connessioni del necessario e dunque, se una lesione interviene, non creerà grossi danni proprio perché la persona ha a disposizione una riserva.

 

 

Gli studi sulla riserva cognitiva

 

Quanto detto fin qui, è il risultato di numerosi studi e ricerche sia su persone sane, sia su persone con demenza. In particolare, un filone di studi che ha indagato in modo approfondito il costrutto di riserva cognitiva è quello del gruppo di ricerca statunitense, condotto da David Snowdon. Snowdon era interessato a studiare i processi cerebrali che portano a demenza di Alzheimer ma aveva difficoltà a reperire persone che volessero sottoporsi alle ricerche.

 

Si è rivolto dunque a una congregazione di suore della School Sister of Notre Dame, disponibili a partecipare agli studi vista la loro missione di promuovere la cultura e l’istruzione. Da qui ha origine il cosidetto “Nun Study”, che ha portato dal 1961 a studiare ben 678 suore. Nel 1996 Snowdon pubblica uno studio, in cui scopre come un buon funzionamento cognitivo in età giovanile può “proteggere” dallo sviluppare una demenza in tarda età.

 

Lo studio ha coinvolto 93 suore di età compresa tra i 75 e i 95 anni, che sono state sottoposte a test fisici e cognitivi annuali e il loro cervello è stato donato alla scienza e quindi studiato post mortem. Per risalire al livello di funzionamento cognitivo delle suore in gioventù, hanno studiato le autobiografie che le suore hanno scritto per essere ammesse alla congregazione; ad ogni suora, infatti, viene richiesto al suo ingresso al convento di produrre una presentazione di sé.

 

I ricercatori dunque hanno recuperato dagli archivi queste autobiografie e le hanno valutate rispetto a due parametri: complessità grammaticale e capacità del testo di comunicare molte informazioni in poche parole. I risultati della ricerca indicano che le suore che avevano prodotto in gioventù un’autobiografia più complessa e dettagliata, avevano meno probabilità di sviluppare demenza in tarda età.

 

Inoltre, analizzando i cervelli delle suore post mortem, si sono notati i segni dell’Alzheimer (accumulo di placche di B-amiloide) proprio nelle suore che avevano prodotto le autobiografie meno dettagliate e più povere. Da qui i ricercatori hanno intuito che ci potesse essere un collegamento tra le abilità cognitive della persona e il rischio di sviluppare una demenza.

 

 

Come fa la riserva cognitiva a proteggerci dalla demenza?

 

Principalmente in due modi. Il primo è quello per cui avere un’alta riserva cognitiva diminuisce la probabilità di sviluppare la malattia. Ci sono numerose ricerche in merito, lo studio sopra riportato è solo uno di questi. Un cervello ben allenato ha un rischio inferiore di morte cellulare dovuto a invecchiamento. Il secondo modo con cui la riserva cognitiva agisce per proteggerci dalla demenza è che può ritardare i sintomi della malattia.

 

Sempre all’interno di The Nun Study, Snowdon ha avuto modo di studiare una suora molto anziana, sui 100 anni, che alle valutazioni risultava cognitivamente in salute e conduceva una vita ancora attiva e mentalmente impegnata. Alla morte della suora, Snowdon ha potuto osservare il cervello della donna e, anziché trovare un cervello sano, si è trovato di fronte a un cervello con estese lesioni dovute a malattia di Alzheimer. Perché, allora, la suora non manifestava i sintomi?

 

Perché aveva un’alta riserva cognitiva, e questo significa che nonostante la perdita di neuroni e di connessioni, il cervello della centenaria poteva utilizzare la riserva accumulata e mantenere ancora un buon funzionamento. Se la suora fosse vissuta ancora molti anni, sicuramente i sintomi si sarebbero manifestati, ma il fatto di avere un’alta riserva cognitiva le ha consentito di non manifestare i segnali della malattia.  

 

 

Si può incrementare la riserva cognitiva?

 

 Sì, grazie alla plasticità cerebrale che è un’abilità del nostro cervello, presente anche in tarda età. Il principio di base è “Use it, or lose it”, cioè usalo o lo perderai (il cervello). Il cervello deve essere pensato come a un muscolo, meno lo utilizziamo e più si indebolisce. Questo perché se noi non lo teniamo allenato, elimina le connessioni che non vengono usate, proprio perché il cervello le considera inutili.

 

Al contrario, impegnandoci in attività cognitivamente stimolanti, il cervello può creare nuove connessioni. La lettura, ad esempio, è un buon allenamento mentale, così come lo studio (anche da autodidatta). Per aumentare la riserva cognitiva ci si può cimentare in cose nuove: provare una nuova ricetta, imparare una lingua diversa, visitare una nuova città, imparare a suonare uno strumento. Inoltre, non facciamoci mancare le stimolazioni sociali, le preferite dal nostro cervello.

 

Gli studi dimostrano che uno degli ingredienti importanti per un invecchiamento positivo è quello di circondarsi di relazioni positive, non necessariamente numerose, ne bastano poche, ma di qualità.

 

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